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DISEGNI
Banco di aringhe a sinistra! Da sei ore volavano senza interruzione sopra la foce del fiume Elba, nel Mare del Nord. Dall’alto vedevano le navi in fila indiana, le bandiere delle navi, al di là della linea costiera il paesaggio diventava di un verde intenso, spiccavano le greggi di pecore, i pigri bracci dei mulini a vento.
Lo stormo del Faro della Sabbia Rossa si lanciò in picchiata sul banco di aringhe,
centoventi corpi bucarono l’acqua come frecce…
Kengah infilò la testa sott’acqua per acchiappare la quarta aringa e così non sentì il grido d’allarme che fece tremare l’aria: “Pericolo a dritta! Decollo d’emergenza!”
Quando Kengah tirò fuori la testa, si trovò nell’immensità dell’oceano… aprì le ali per spiccare il volo ma l’onda densa fu più rapida e la sommerse completamente… la maledizione dei mari le stava oscurando la vista… la peste nera… I suoi compagni dovevano volare lontano, molto lontano… Kengah maledisse gli umani. “ Ma non tutti, non devo essere ingiusta” .
“Forse ho ancora una possibilità di uscire da qui… ” Kengah battè energicamente le ali , ritirò le zampe… si immerse e agitò le ali sott’acqua. Al quinto tentativo Kengah riuscì a spiccare il volo.
Guadagnò quota… guardò giù e vide la costa profilarsi appena come una linea bianca. Vide anche alcune barche che si muovevano come minuscoli oggetti su un panno blu. Il movimento delle sue ali si fece sempre più lento. Perdeva vigore… chiuse gli occhi e batté le ali… quando li riaprì stava sorvolando un’alta torre ornata da una banderuola d’oro. “San Michele!” stridette riconoscendo il campanile della chiesa di Amburgo.
Il gatto nero, grande e grosso prendeva il sole sul balcone… sentì il sibilo provocato da un oggetto vagante… balzò in piedi sulle zampe e fece appena in tempo a scansarsi per schivare la gabbiana che cadde sul balcone.
Vincendo la ripugnanza il gatto le leccò la testa. “Senti, amica, io voglio aiutarti, ma non so come”, “Voglio deporre un uovo… Amico gatto, si vede che sei un animale buono e di nobili sentimenti. Per questo ti chiedo di farmi tre promesse”, “Ti prometto tutto quello che vuoi”. “Promettimi che non ti mangerai l’uovo”, “Prometto che non mi mangerò l’uovo”.
“Promettimi che ne avrai cura finché non sarà nato il piccolo”, “Prometto che avrò cura dell’uovo finché sarà nato il piccolo”.
“E promettimi che gli insegnerai a volare”, “Prometto che gli insegnerò a volare”.
Kengah guardò il cielo… e, proprio mentre esalava l’ultimo respiro, un ovetto bianco con delle macchioline azzurre rotolò accanto al suo corpo impregnato di petrolio.
Zorba scese rapidamente… e corse in direzione di un ristorante italiano del porto, per chiedere aiuto ai suoi amici: Segretario
(molto magro e con solo due baffi, uno a destra e uno a sinistra) Colonnello
(molto vecchio, i suoi consigli davano un po’ di conforto) Diderot (un gatto enciclopedico che aveva come aiutante una scimmia).
I quattro gatti balzarono dal tetto sul balcone… troppo tardi… osservarono con rispetto il corpo senza vita della gabbiana… le unirono le ali al corpo e, mentre la muovevano, scoprirono l’uovo bianco a macchioline azzurre.
Ma una promessa è una promessa e così Zorba, al tepore dei raggi del sole, si addormentò con l’uovo bianco a macchioline azzurre ben stretto contro il suo ventre nero.
Zorba nascondeva l’uovo tra i vasi del balcone… o sotto il letto per proteggerlo.
La sera del ventunesimo giorno Zorba stava dormicchiando… lo svegliò un solletichio alla pancia… non poté evitare un sussulto quando si accorse che, da una crepa nel guscio, appariva e scompariva una puntina gialla. “Mamma, mamma!”
“Ho fame!”… in preda alla disperazione Zorba ricordò che gli uccelli mangiano gli insetti… uscì sul balcone, catturò una mosca e la consegnò all’affamato.
Quando arrivarono Colonnello, Segretario e Diderot, trovarono il piccolo addormentato accanto a Zorba. “Congratulazioni! È un bellissimo pulcino… Quanto pesava quando è nato?”. “Non sarebbe male che l’uccellino avesse un nome!” suggerì Segretario… “Ma prima dobbiamo scoprire se se è maschio o femmina” miagolò Zorba… “L’unico che può aiutarci è Sopravento!”
Sopravento era la mascotte dello Hannes II, una potente draga incaricata di mantenere sempre pulito e libero da ostacoli il fondo del fiume Elba… nei giorni di tempesta i marinai lo coprivano con un mantello di tela cerata gialla simile ai loro impermeabili… era un autentico gatto di mare. “ Per le zampe del granchio! È una bella pulcina!”. “Visto che la pulcina ha avuto la fortuna di cadere sotto la nostra protezione, propongo di chiamarla Fortunata!” miagolò Colonnello.
Diderot sfogliava libri su libri cercando un metodo con cui Zorba potesse insegnarle a volare. “E perché devo volare?“ strideva Fortunata con le ali ben strette al corpo. “Perché sei una gabbiana e i gabbiani volano” rispondeva Diderot. “Ma io non voglio volare. Voglio essere un gatto e i gatti non volano”.
Una sera la gabbiana ebbe uno sgradevole incontro con lo scimpanzè… “Ma guardati il corpo: hai due zampe, mentre i gatti ne hanno quattro. Hai le piume, mentre i gatti hanno il pelo. E la coda? Dove hai la coda? Aspettano che tu ingrassi per fare un bel banchetto!”
Quella sera i gatti si stupirono che la gabbiana non venisse a mangiare… fu Zorba a trovarla, triste e avvilita… Zorba le leccò le lacrime “ Sei una gabbiana. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana. Ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Ti vogliamo gabbiana. Con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: è molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Devi volare”… “Volare mi fa paura” stridette Fortunata… “Quando succederà, io sarò con te” miagolò Zorba.
“Pronta al decollo!” “Inizi a rollare sulla pista!”, Fortunata venne avanti… spiegò le ali…alzò le piume… batté le ali… ritrasse le zampe… si innalzò di un paio di centimetri…
e subito cadde come un sacco di patate. “Sono una buona a nulla! Sono una buona a nulla!” ripeteva sconsolata. “Non si vola mai al primo tentativo, ma ci riuscirai. Te lo prometto” miagolò Zorba leccandole la testa. Fortunata per diciassette volte spiccò il volo e finì a terra. Dopo l’ultimo insuccesso Colonnello decise di sospendere gli esperimenti… la gabbanella cominciava a perdere fiducia in se stessa.
“Riconosciamo che non siamo capaci di insegnarle a volare e che dobbiamo chiedere aiuto fuori dal mondo dei gatti” suggerì Zorba “Chiedo di essere autorizzato a infrangere il tabù: miagolare l’idioma degli umani”… Cosa avrebbero fatto gli umani con un gatto parlante? Sicuramente lo avrebbero rinchiuso in una gabbia per sottoporlo a una serie di stupidi esami, perché in genere gli umani sono incapaci di accettare che un essere diverso da loro li capisca e cerchi di farsi capire.
Non fu facile decidere con quale umano avrebbe miagolato Zorba. “ C’è un umano… quello che vive con Bubuluna… Quell’uomo mi ispira fiducia. L’ho sentito leggere quello che scrive… È un poeta… forse non sa volare con ali d’uccello, ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole”.
“Pa… pa… parli!” esclamò il poeta. “Non parlo, miagolo, nella tua lingua. So miagolare in molte lingue” spiegò Zorba. “Puoi aiutarci?”, “Credo di sì. E questa notte stessa… guarda fuori… si avvicina un temporale… ascolta gatto: Ma il loro piccolo cuore – lo stesso degli equilibristi - per nulla sospira tanto come per quella pioggia sciocca che quasi sempre porta il vento, che quasi sempre porta il sole”. “Capisco. Ero sicuro che potevi aiutarci” miagolò Zorba saltando giù dalla poltrona.
Le campane della chiesa di San Michele iniziarono a suonare i 12 rintocchi della mezzanotte. Il gatto nero grande e grosso e la gabbanella stavano ben comodi sotto l’impermeabile, al calduccio contro il corpo dell’umano che camminava con passi rapidi. Sentivano i loro tre cuori battere con ritmi diversi, ma con la stessa intensità… iniziarono a salire una scala a chiocciola…
.Dal campanile di San Michele si vedeva tutta la città. Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. “Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. Apri le ali” “La pioggia. L’acqua. Mi piace!” stridette Fortunata. “Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” miagolò Zorba. “Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti” stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perché come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era come quello degli equilibristi.
Fortunata scomparve alla vista… volava solitaria nella notte Amburghese… fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche… L’umano accarezzò il dorso del gatto “Bene, gatto. Ci siamo riusciti” … ”Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante”… “Ah sì? E cosa ha capito?”… “Che vola solo chi osa farlo” miagolò Zorba.
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